Dietro le sbarre, il coraggio del bene

È la prima volta che faccio la Colletta Alimentare in carcere, ho cominciato, infatti, solo quest’anno ad entrare nel penitenziario di Opera. Forse, proprio per questo è stata una Colletta diversa da tutte le altre: è stato uno spettacolo sorprendente.

I detenuti erano già stati avvisati, in qualche modo, dalla direzione su che cosa sarebbe successo quel giorno. Noi ci dividiamo in due gruppi per coprire i 4 piani delle 2 sezioni in cui saremmo andati. Qui incontriamo tanti volti, per alcuni ormai diventati amici, di quelli che ogni Sabato mattina un gruppo di volontari di Incontro e Presenza va a trovare, ma se ne incontrano anche di nuovi. Introducendo il significato del gesto che stavamo facendo, una volta arrivati al reparto, Guido invita tutti noi – volontari e carcerati – a guardare il significato profondo di quello che stavamo facendo, lanciando una provocazione che, se uno è minimamente attento e consapevole del luogo in quelle parole risuonano, non può non apparire audace: «per quanto uno possa avere commesso degli sbagli – e anche noi ne commettiamo, tutti i giorni! –, donare agli altri qualcosa di noi ci mette insieme, anche se divisi dalle sbarre, perché il cuore è fatto per questo: il cuore è lo stesso in ciascuno. Per questo vogliamo ringraziarvi per quello che vorrete donare!». Queste parole – ho pensato subito – ma che coraggio ci vuole per dirle lì?

La risposta mi aspettava lungo il corridoio dove si trovano le celle. Mentre uno di loro ci aiutava spingendo il carrello su cui c’erano le ceste da riempire e invitando tutti gli altri a «donare qualcosa per chi ha più bisogno», chiamandoli uno per uno, pian piano si fanno avanti sempre più carcerati con in mano pasta, scatolette di carne, di tonno e le lasciano per la Colletta. La scena si ripete per i tre bracci, dei due piani di quel reparto.

Più tardi, raggiungiamo l’altra sezione. Qui, non possiamo passare nei corridoi, per ragioni di sicurezza: i carcerati che vogliono partecipare alla Colletta ci passano dei sacchetti con gli alimenti tra le sbarre o si organizzano per raccogliergli e darli poi agli operatori carcerari. Ci fermiamo, allora, a parlare con loro: noi da una parte, loro dall’altra, divisi da un cancello di sicurezza. Andrea e Michele li invitano ad avvicinarsi per raccontargli della Colletta, di che cosa sta succedendo contemporaneamente in tanti supermercati di tutta Italia e di come ciascuno di loro, nello stesso modo di chi in quel momento, libero, stava andando a fare la spesa, poteva contribuire alla costruzione di un’opera di bene, una «partecipazione piena d’amore alla condizione del povero» (Discorso di Papa Francesco per la Giornata Mondiale del Povero), coinvolgendosi in prima persona. Ringraziandoli per la loro generosità, siamo, però, tutti stati interrotti quasi subito dagli stessi carcerati che ci hanno detto: «siamo noi a dovere ringraziare voi, perché ci date la possibilità, con questo gesto, di poter fare del bene, di essere utili e sentirci utili». O come un altro carcerato mi ha detto: «è un bisogno nel bisogno. Noi che abbiamo bisogno aiutiamo qualcuno che ha più bisogno di noi». Tutto questo mi ha profondamente commosso.

Dalla testimonianza di questi uomini, la cui condizione potrebbe anche ‘comprensibilmente’ portarli al disinteresse per tutto, ho riscoperto il valore di un gesto che ho fatto per tanti anni e forse tante volte senza rendermi conto di che cosa ci fosse davvero al fondo. Solo il povero, infatti – non solo o non per forza il povero che non ha nulla, ma solo chi sa davvero che cosa vuol dire avere bisogno – può donare davvero quello che ha e facendolo è più contento, più insieme a tutti, anche a chi non può raggiungere perché è fuori dal carcere. E questo è tanto più vero, perché non si sono fermati qui, anzi, incalzandoci ci hanno fatto una proposta – a testimonianza di come la creatività nasca dalla consapevolezza del proprio bisogno. Ci dicevano: «ci piacerebbe potere continuare a contribuire anche durante l’anno, non solo una volta soltanto. Non possiamo trovare un modo?». Bisognerà verificare se e come questo sarà possibile, quello che, però, è evidente e per me prezioso avere scoperto è che il coraggio delle parole con cui Guido ha preso iniziativa nascono non tanto da un ardimento personale, ma dalla consapevolezza che ciò che c’è di più desiderabile per ogni uomo è quella stessa povertà con cui i carcerati donando, ci hanno ringraziato, che il cuore dell’uomo è davvero lo stesso e non aspetta altro che trovare l’occasione in cui, per quanti errori uno possa avere mai fatto, possa compiere un gesto di affetto.

Alla fine della giornata, mi sono tornate in mente le parole di Giussani, che dicevano così: «Cristo, dunque, arriva proprio qui, al mio atteggiamento di uomo, di uno, cioè, che aspetta qualcosa, perché si sente tutto mancante» (Il cammino al vero è un’esperienza). Guardare lo spettacolo della Colletta in carcere è stata l’opportunità di tornare a coincidere con ciò che sono davvero, pieno di letizia e di desiderio di essere povero come quei carcerati. Gli 826 kg raccolti non sono che il segno tangibile della gratuità con cui ciascuno di loro ha voluto partecipare alla Colletta.

Giacomo

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