La mia vita determinata dal Banco Alimentare

Rosario, detto Saro, è volontario del Banco Alimentare della Sicilia da… sempre! Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua storia che continua ancora oggi. 

- L’esperienza del Banco Alimentare per me è cominciata come volontario. Il “Banco” necessitava sempre più risorse per cui mi sono coinvolto e inizialmente mi sono occupato della segreteria, ma a quei tempi, in realtà, ci occupavamo di tutto: scaricare i camion, programmare le distribuzioni, consegnare gli alimenti agli enti, organizzare la giornata della Colletta Alimentare, tenere i rapporti con le ditte fornitrici. Il Banco Alimentare a Catania aveva solo tre anni di vita, era un impegno a dir poco epico gestire tutti gli impegni, ma vivevamo tutto con molto entusiasmo. La forza ci veniva dalla frase “condividere i bisogni per condividere il senso della vita”, che nasceva dall’esperienza in quel luogo: l’essere stati afferrati nel bisogno più profondo del cuore e il tentativo di dare un senso alla propria vita, ci poneva immediatamente in rapporto con l’altro per condividere il senso ritrovato. Questo dava una prospettiva al lavoro nell’opera che corrispondeva al mio essere. Non si trattava di fare beneficenza e sentirsi i bravi della classe perché davo da mangiare a tanta gente, nasceva spontanea l’esigenza di incontrare l’altro nel suo bisogno più profondo: avere un senso per la vita. Poi nel 2000 vengo chiamato a fare il Presidente. La gestione del “Banco” non era per niente facile, per i motivi detti sopra. La situazione economica era disastrosa: avevamo diversi debiti, che da lì a poco sarebbero raddoppiati, e a cui ho dovuto rispondere io col mio patrimonio personale. Abbiamo dovuto fare delle scelte dolorose, come licenziare gli unici due lavoratori assunti. A quel punto ci siamo rimessi nelle mani degli enti caritativi con un discorso molto chiaro e radicale: “o ci date un sostegno o il “Banco” è costretto a chiudere”. La credibilità che avevamo conquistato grazie all’impostazione data all’opera ha determinato una risposta confortante: tutti ci hanno dato una mano, tanto che siamo riusciti a risanare i debiti e a chiudere il bilancio in attivo. Dopo 10 anni di crescita e grandi risultati - in termini di prodotti distribuiti ma anche di progetti e iniziative nei confronti delle persone bisognose - mi è stato chiesto di lasciare la presidenza. Non l’avevo deciso io, così come quando sono stato nominato presidente; l’ho fatto con molta libertà e consapevole che chi mi avrebbe succeduto avrebbe fatto crescere l’opera ulteriormente con lo stesso spirito, cosa che è accaduta egregiamente. Quando ho lasciato la presidenza ho capito che avrei dovuto cambiare la modalità della mia partecipazione alla missione del Banco Alimentare: da un lato perché non volevo creare ingerenze al gruppo direttivo, dall’altro, e soprattutto, perché il mio cuore era lì e non potevo lasciare il “Banco”, perché determina la vita di tante persone compresa la mia. Oggi mi occupo di fare le verifiche alle strutture caritative: mi piace perché entro in rapporto con gli enti e mi fa capire sempre di più i bisogni attuali delle persone che aiutiamo e la tipologia di aiuto che possiamo dare. È un impegno che, seppur minimo, continuo a fare con lo stesso entusiasmo dell’inizio, mosso dal desiderio di condividere i bisogni primari quali il cibo per “condividere il senso della vita”. -

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