Ci si può solo commuovere ripensando a quello che è accaduto sabato 25 novembre. Un’altra volta la Colletta Alimentare è stata uno spettacolo di carità. Un intero popolo si è mosso da nord a sud per un gesto di solidarietà e di condivisione, così come aveva chiesto Papa Francesco. Luoghi diversi, gente diversa, storie diverse. Dalle grandi metropoli, ai piccoli paesi terremotati, dalla ricca Lombardia, alla Sicilia. Centinaia di migliaia di volontari hanno riempito di sorrisi e di carità le strade e le piazze di questo Paese. Ovunque ci fosse un piccolo supermercato di periferia o un grande centro commerciale, quelle pettorine gialle hanno squarciato il velo dell’indifferenza. Altri milioni di italiani hanno risposto donando cibo; carrelli strabordanti di prodotti, o piccoli sacchetti con un chilo di pasta. In quella splendida giornata un fiume in piena di incontri, di storie particolari, di dolore che ha trovato ascolto, di solitudine che ha trovato compagnia.

E’ questo che sorprende più di tutto. Passano gli anni ma la Colletta resta il più grande gesto di carità in questa Italia tremante e paurosa. Basta viaggiare nei social per rendersi conto di quanto diversi tra loro siano i soggetti, le associazioni, gli uomini e le donne che hanno partecipato. Tutti mossi dallo stesso desiderio che la carità, così come ha auspicato Francesco, diventi uno stile di vita. Perché non può bastare, come ha detto il Papa una “buona pratica di volontariato. Siamo chiamati a tendere la mano ai poveri, a guardarli negli occhi, abbracciarli, per far sentire loro il calore dell’amore che spezza la solitudine”. Da oggi in avanti sarà questo abbraccio che continuerà il gesto della Colletta. Quel cibo raccolto sabato 25 novembre raggiungerà migliaia di poveri. Altri incontri, altre storie di amicizia, altri esempi di persone disperate che in un gesto di carità ritrovano la forza di risalire. Non si sentiranno più sole davanti alla drammatica battaglia della vita.

Nel Paese c’è una maggioranza rabbiosa. “L’Italia dei rancori” la chiama il Censis nella sua recente ricerca. In Italia cresce la produzione industriale, i consumi ricominciano a correre, eppure c’è una parte enorme della popolazione che guarda con invidia un ascensore sociale definitivamente rotto. Il Paese corre ma tanti, tantissimi restano indietro, non sperano più di risalire la scala sociale. Anzi, temono di scivolare sempre più in basso. E in questa Italia sempre più in preda alla paura di perdere quel pochissimo che si ha, cresce un’immigrazione che sprofonda ogni giorno di più nella marginalizzazione.

Di fronte a questa realtà fotografata dal Censis e così dolorosamente evidente nella realtà, ci si può arrendere considerandola quasi un effetto collaterale della crisi, oppure si può reagire, così come ha fatto il popolo della Colletta Alimentare. Il nostro grazie va a tutti loro. A chi ha chiesto e a chi ha donato. Il cammino prosegue insieme perché chi si è arreso alla paura e alle difficoltà, chi non ha nemmeno più la speranza, trovi un abbraccio che lo risollevi.

Papa Francesco ha indetto la Giornata Mondiale dei Poveri (19 novembre) per richiamare i cristiani a mettere al centro della vita Gesù, Lui che ama i poveri e povero Lui stesso. Egli sottolinea che amare come Gesù significa aderire al Suo esempio e quindi amare i poveri. Ma la sfida è ancora più grande: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità... Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta» (2,5-6.14-17).”

Poi, con la nettezza a cui Papa Francesco ci ha abituati, aggiunge che “non pensiamo ai poveri come destinatari di una buona pratica di volontariato da fare una volta alla settimana […]. Queste esperienze, […] dovrebbero … dare luogo ad una condivisione che diventi stile di vita.“ Forse questa è una proposta eccessiva o impossibile? Si può cominciare da un comportamento semplice e preciso: donare qualche cosa di proprio, non ciò di cui non ho più bisogno ma qualche cosa di veramente mio, anche una cosa piccola, ma importante per la mia vita: un po’ di tempo, per esempio, una fatica dedicata gratuitamente ad un altro, una capacità personale, uno spazio della mia vita personale e familiare. “La povertà, così intesa, è il metro che permette di valutare l’uso corretto dei beni materiali e anche di vivere in modo non egoistico e possessivo i legami e gli affetti”. La proposta della Giornata Nazionale della Colletta Alimentare si colloca in questa linea: riscoprire la dimensione del “dono” rendendola accessibile a tutti, senza nessuna esclusione. Che cosa c’è di più semplice che acquistare alimenti per la mia famiglia e per me stesso, un gesto abituale e quotidiano e fare lo stesso, almeno una volta, per una famiglia che questa spesa non può fare. E’ come entrare in rapporto con questa famiglia, entrando in casa sua, quasi mangiando insieme. Questo può essere un inizio: il gesto proposto dai volontari del Banco Alimentare, donare una spesa in più, forse accompagnerà ognuno, rimanendo presente negli occhi e nel cuore per tutto l’anno, così da pensare ad altri gesti di solidarietà e di bene da compiere insieme ad altri amici. Il Papa ricorda sempre che i poveri non sono un fatto sociale, una statistica ma volti, corpi, pensieri e persone di cui dobbiamo rispettare e sostenere la dignità. Così, donando alimenti, con la Colletta Alimentare, noi non doneremo un bene, un cibo ma la possibilità che queste persone riacquistino la voglia di riprendere la strada, riscoprano una dignità e una energia. Per questo la proposta della Colletta prosegue oltre il 25 novembre, sollecitando la curiosità per il lavoro paziente e instancabile del Banco Alimentare e delle Strutture Caritative che distribuiscono cibo, preparano pasti, pacchi famiglia che entrano nelle case dalle famiglie più povere, instaurando un rapporto, un sostegno, una amicizia. Tutte realtà, persone, amici che vale la pena re-incontrare. Nel nostro operare verifichiamo ogni giorno che siamo tutti affamati di senso della vita, sia chi ha la pancia piena sia coloro che non hanno cibo a sufficienza, ma spesso siamo sopraffatti dalle contingenze, dall’abitudine e non ci accorgiamo del nostro vicino. Forse una “scossa” ci può rianimare e cominciare a suggerire risposte alle nostre domande esistenziali. Proviamo a fare i volontari della Colletta o semplicemente incontrarli il 25 novembre e scoprire che qualche cosa possiamo fare anche noi e così riaccendere una speranza per un altro e per noi stessi.

Molti tra i volontari e i collaboratori e certamente coloro che hanno responsabilità operative o di rappresentanza per il Banco Alimentare sono spesso chiamati a descrivere “che cosa sia” il Banco Alimentare e quali siano le ragioni e lo scopo della esistenza di questa organizzazione. Talvolta a questa domanda, possono anche essere collegati intenzioni e interventi di sostegno e aiuto, dono di tempo e di impegno personale e anche di denaro; quindi in qualche modo “non si può sbagliare!” nel rispondere, dobbiamo essere chiari e convincenti. Così si tentano brevi definizioni sintetiche ma che alla fine non danno che giustizia parziale degli scopi e della identità che ognuno vorrebbe comunicare. Si cita la lotta alla piaga dello spreco del cibo, il sostegno diffuso e quotidiano contro la povertà alimentare, il grande impegno delle varie forme di volontariato, la capacità logistica, organizzativa e di presenza sul territorio dei nostri magazzini e ancora la professionalità nella conservazione e gestione degli alimenti. Tutti fatti in cui davvero da anni cerchiamo di dare il meglio di noi. Ma nessuna di queste definizioni mette esplicitamente al centro il “vero perchè” della vita del Banco Alimentare. Forse noi ben lo sappiamo e lo diamo già per scontato; ma ancora più chiaramente ce lo ha ricordato Papa Francesco, nella emozionante udienza del 3 ottobre 2015. Condividendo la necessità del pane quotidiano, voi incontrate ogni giorno centinaia di persone. Non dimenticate che sono persone, non numeri, ciascuno con il suo fardello di dolore che a volte sembra impossibile da portare. Tenendo sempre presente questo, saprete guardarli in faccia, guardarli negli occhi, stringere loro la mano, scorgere in essi la carne di Cristo e aiutarli anche a riconquistare la loro dignità e a rimettersi in piedi..”

Questa riflessione, spesso ripresa in mano, ci ha indotto a dedicare più attenzione proprio alle persone. Così abbiamo deciso di tentare di dire meglio “chi siamo”, di comunicare più chiaramente quale sia la nostra identità, di raccontare il nostro cammino operoso attraverso le persone, tutte le persone, quelle che aiutano e quelle che sono aiutate, quelle che incontriamo direttamente e quelle di cui altri, lavorando con noi, ci vogliono raccontare la storia. Ecco quindi l’idea di poter descrivere questa rete così viva attraverso le storie del brulicante mondo di persone, famiglie, ragazzi e anziani, operatori, studenti e pensionati, insomma, “il popolo del Banco Alimentare”.

Non abbiamo certo la pretesa di “raccontare tutto” ma vogliamo aprire una strada che ha lo scopo, lo abbiamo detto, di sapere meglio “che cosa è il Banco Alimentare”, facendolo descrivere dalla viva voce di chi ci ha incontrato, di chi ci vede all’opera, di coloro che hanno partecipato alla Colletta, di chi lavora con noi, ogni giorno. Tra questi vorremmo ascoltare e condividere soprattutto la voce di chi ha guardato, anche solo un istante, alla sua vita, provocato da una piccola occasione di un bene donato o ricevuto, forse solo un piccolo gesto, uno sguardo, una nuova amicizia; egli ha cominciato a ripensare anche a sé in modo diverso e colmo di maggiore speranza.

Ci siamo anche chiesti se questa prospettiva saprà dire esattamente chi siamo e che cosa sia la Rete Banco Alimentare. Forse la rappresentazione che si leggerà potrà non essere precisa “tecnicamente”, richiederà informazioni aggiuntive ma certamente saprà trasmettere meglio come leggere poi i fatti, i numeri, i processi operativi, i risultati che riguardano la nostra attività, il lavoro che stiamo facendo. Noi tutti, anche i più vecchi del Banco Alimentare, vorremmo essere sempre più attenti a questa nostra identità, descritta da azioni e risultati ma anche dalle persone incontrate e vorremmo sempre meglio saper comunicare questa esperienza a chi ci chiede “perché lo fate?”. La risposta più vera forse non sta nel nostro dire ma nelle voci delle persone che in questa lunga avventura abbiamo incontrato e ancora incontreremo, se Dio vorrà.