L'EDITORIALE n. 16

Editoriale su Il Sussidiario

di Giovanni Bruno

Il Banco Alimentare in Italia ha unito dal primo giorno le sue forze a quelle di tutti i Banchi aderenti alla Federazione Europea dei Banchi Alimentari – FEBA (https://www.eurofoodbank.org/), per  far fronte comune alle crescenti necessità conseguenti alla guerra in Ucraina e, in particolare, a quelle dei profughi che stanno lasciando il Paese. 

La FEBA ha convocato subito incontri tra i rappresentanti dei Banchi dei 29 Paesi aderenti, tra cui il Banco Alimentare dell’Ucraina, e, dopo un primo esame, si è concordato unitariamente il lancio di una raccolta fondi per far fronte alle diverse necessità (https://www.eurofoodbank.org/feba-supports-ukraine/donation-ukraine).

Si è deciso di sostenere innanzitutto i Banchi dei Paesi confinanti, che per primi stanno accogliendo il flusso dei profughi e che auspicabilmente avrebbero potuto essere i primi a riuscire a far giungere aiuti in Ucraina. 

I Banchi di Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Romania, Slovacchia, Moldavia e della stessa Ucraina sono di fatto in prima linea. 

Un “pezzo”, magari piccolo ma significativo, di Europa ha deciso da subito di muoversi compatto dando così testimonianza che una unità è possibile a partire del comune desiderio di solidarietà e di condivisione verso chi è nel bisogno, soprattutto se educati da anni di attività nei propri Paesi a favore degli ultimi, sia direttamente, sia indirettamente, tramite oltre 48 mila enti caritativi che aiutano più di 12.800.000 persone.

 

Il Banco Alimentare in Italia ha peraltro deciso il sostegno anche di un’altra importante iniziativa: la campagna “#abbraccioperlapace” promossa dall’Alleanza “Per un nuovo welfare” (oltre 100 associazioni in Italia) e dal Comitato editoriale di Vita, cui come Banco Alimentare partecipiamo.  Il desiderio è cogliere, valorizzare, promuovere tutte le occasioni di incontro in particolare tra persone e comunità di russi e ucraini in Italia per raccontare, testimoniare, con una campagna innanzitutto culturale, che il confronto, l’incontro è possibile; che la pace è possibile e che può realizzarsi a partire dall’incontro autenticamente umano tra le persone.

Si tratta di sostenere le ragioni della pace e non quelle della guerra.

Non importa chi ha ragione e chi ha torto. Importa che la società civile di cui noi siamo parte, insieme alle 7.600 strutture caritative che serviamo, sia capace di testimoniare che il dialogo è possibile, al di là di ogni diversità.

Del resto questa è proprio l’esperienza quotidiana del Banco Alimentare!

Ogni giorno aiutiamo chi è in difficoltà senza considerare niente altro se non la sua umanità e il suo bisogno, consapevoli che non potremo mai risolvere “tutto il problema”, ma che comunque contribuiamo a costruire un pezzo di mondo diverso. “Chi fa la guerra dimentica l'umanitàChi fa la guerra non guarda alla vita concreta delle persone” ha ricordato recentemente Papa Francesco.

Credo non ci sia circostanza più propizia, seppur drammatica, per approfondire questa consapevolezza della dignità culturale dell’impegno nostro e di tutti coloro che nei più svariati ambiti, modalità e attività operano, mettendo al centro chi si trova in difficoltà, per la costruzione del bene comune che è già di per sé lavorare ogni giorno per la pace. 

Non si tratta di promuovere iniziative particolari, di “inventarsi” cose da fare: occorre avere uno sguardo attento a cogliere tutte le occasioni, le persone che già incontriamo nella nostra quotidianità per promuovere la costruzione di quella “solidarietà sociale” che è lo scopo della nostra azione.

Durante i periodi più duri della pandemia ci siamo sempre richiamati all’importanza di continuare fedelmente il nostro lavoro quotidiano e a quanto fosse importante che in una situazione di emergenza restassimo al nostro posto, adempiendo al meglio possibile il nostro compito. E abbiamo espresso questo nostro impegno  con una sorta di slogan: Fare l’ordinario nello straordinario! Ancor di più oggi, in una situazione di accresciuta emergenza, crediamo sia fondamentale continuare con umiltà e determinazione la nostra opera quotidiana che rende capaci di rispondere alle necessità dei tantissimi profughi che stanno arrivando e continueranno a giungere nel nostro Paese, e dei tanti nuovi poveri che le conseguenze della guerra rischiano di provocare, coinvolgendo in questa “straordinaria ordinarietà”, o forse ormai sarebbe meglio  dire “ordinaria straordinarietà”, i tanti nostri partner, aziende e privati, sostenitori della nostra opera e costruttori del bene comune.

 

L'EDITORIALE n. 15

Editoriale su Il Sussidiario

di Giovanni Bruno

Lo scorso 8 febbraio sono state definitivamente approvate variazioni degli art. 9 e 41 che introducono nella nostra Carta Costituzionale la tutela dell'ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell'interesse delle future generazioni” (art. 9) e indicano come l’attività economica debba essere indirizzata a fini sociali “e ambientali” (art. 41).  Amplissimo il consenso a questa modifica costituzionale, salutata come “epocale” e punto di non ritorno.

Queste modifiche sono giunte dopo due anni di pandemia la cui nascita e diffusione sono state messe in relazione anche con problematiche ambientali e con i cambiamenti climatici in atto. Tantissimi i richiami e le prese di posizione che hanno, in questi ultimi due anni, contribuito al crescere della sensibilità e al generale consenso attorno a queste tematiche. La pandemia però ha anche aggravato una crisi economico/sociale già in essere, ha generato tante nuove povertà e un diffuso  disagio sociale nel quotidiano di molte persone e famiglie. L’aumento in corso delle tariffe e dei prezzi sta peraltro rischiando di frenare la ripresa economica e creando ulteriori pesanti disagi alle fasce più fragili.

La preoccupazione per l’ambiente è comunque così fortemente sentita che sembra quasi essere un bene da tutelare in sé, quasi a prescindere dal suo essere “casa” dell’uomo e per l’uomo.

“Non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri.” (49)

 Questa sottolineatura di Papa Francesco nella “Laudato si’” mette il problema della tutela dell’ambiente, dell’ecologia in generale, in una prospettiva certamente più globale e corretta. Tutta l’enciclica del resto richiama con forza l’idea di una ecologia integrale, il legame stretto tra tutti i fattori in gioco, sollecitando un approccio complessivo e non parziale ai problemi e rappresenta un ulteriore richiamo all’operato di Banco Alimentare, da oltre trent’anni impegnato sul fronte della solidarietà sociale attraverso il recupero e la distribuzione gratuita di alimenti ad una rete capillare di 7.600 strutture caritative, arrivando così a oltre un milione settecentomila persone in difficoltà. Nello svolgimento di questa attività, si intrecciano numerose conseguenze e benefici direttamente connessi ai temi della tutela ambientale. Evitando, nel 2021, lo spreco di oltre 46mila tonnellate, Banco Alimentare è di fatto soggetto di economia circolare, di valorizzazione di risorse e generazione di nuovo valore economico, evitando l’emissione di 52mila tonnellate di CO2 equivalenti. 

Ma in questa sua opera, e direttamente connessa alla sua finalità, Banco Alimentare favorisce anche la possibilità di fatti concreti di inclusione sociale e mostra come sia non solo possibile, ma necessario, che una organizzazione di terzo settore si muova il più possibile secondo logiche di efficienza operativa ed economica indirizzata a fini sociali e ambientali, in relazione con tutti gli altri soggetti in campo, del mondo profit e no profit. Così Banco Alimentare opera per consegnare alle generazioni future un mondo reso migliore per quella parte di responsabilità che gli è propria fin dalle sue origini

La visione unitaria richiamata dall’enciclica è perciò guida ogni giorno alla ricerca del bene comune, proprio nello specifico della nostra attività, sottolineando le diverse conseguenze e benefici che questa attività implica.

È necessario riflettere su questi richiami ad una visione integrale ed unitaria se vogliamo che la frase “nell’interesse delle future generazioni”, inserita in Costituzione, si traduca in autentica capacità di azione di tutti e di ciascuno e vinca le tante incapacità troppo spesso sperimentate: “…. questa incapacità di pensare seriamente alle future generazioni è legata alla nostra incapacità di ampliare l’orizzonte delle nostre preoccupazioni e pensare a quanti rimangono esclusi dallo sviluppo. (Laudato si’,162)

 

L'EDITORIALE n. 14

Gennaio 2022 - Editoriale su Il Sussidiario

di Giovanni Bruno

La storica manifestazione che incoraggia il sistema finanziario italiano verso i temi dello sviluppo sostenibile promossa da ASSOSEF - ASSOCIAZIONE EUROPEA SOSTENIBILITA' E SERVIZI FINANZIARI, conferisce ogni anno il Gran Premio Sviluppo Sostenibile Ad Honorem a una organizzazione, ente, impresa, persona, anche di matrice non finanziaria, che si sia particolarmente distinta nel campo dello Sviluppo Sostenibile. Quest’anno Banco Alimentare è stato onorato con questo importante premio. 

È il riconoscimento del contributo alla “sostenibilità” del lavoro svolto da ormai quasi 33 anni in Italia dai tanti, dipendenti e volontari, che ogni giorno sostengono le organizzazioni che  portano aiuto a persone e famiglie è in difficoltà, in una logica sussidiaria. Importante contributo alla riduzione degli sprechi attraverso il recupero delle eccedenze alimentari che si generano lungo tutta la filiera, dal campo alla tavola,  al risparmio di CO2 emessa e soprattutto alla promozione della cultura del dono e della condivisione. 

È significativo che una Associazione come Assosef abbia da tempo avvertito l’urgenza di assegnare un premio ad Honorem a persone o realtà “altre” rispetto all’ambito specifico delle proprie competenze: è il segno della consapevolezza dell’intrecciarsi e dell’indissolubilità dei tanti temi in gioco e dell’impossibilità di affrontarne uno, dimenticando il suo nesso con tutta la realtà: siamo in un mondo di relazioni in cui tutto è connesso. Del resto, si tratta dell’insegnamento della Laudato si’ di Papa Francesco che sottolinea con forza come il filo conduttore di ogni azione a tutela del pianeta può essere soltanto la tutela della persona umana, e che un approccio ecologico per essere autentico non può non essere sempre un “approccio sociale che deve integrare la giustizia” (LS 49). 

In questi giorni il rapporto Oxfam sul crescere delle disuguaglianze ha segnalato che in una Italia in cui durante la pandemia le persone in povertà (dati ISTAT) sono cresciute di 1 milione raggiungendo i 5.600.000 , i 40 italiani più ricchi posseggono oggi l’equivalente della ricchezza del 30% degli italiani più poveri (18 milioni di persone adulte). Sono numeri che interrogano alla radice sul concetto di “Ecologia Integrale” che sottende tutta l’enciclica che ha appunto al centro l’uomo e la sua dignità e che non possono non coinvolgere tutti gli altri temi relativi alla sostenibilità. 

Si dice che dopo la pandemia sono necessari notevoli investimenti finanziari per attuare una ripresa capace di ridisegnare un mondo secondo gli obiettivi ONU dell’Agenda2030, per uno sviluppo sostenibile, cioè uno sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente, senza compromettere la stessa possibilità per quelle future. Abbiamo anche sentito ripetere tante volte che “non ci si salva da soli”, che “non si può lasciare indietro nessuno”, che “nulla sarà più come prima”. Non possiamo leggere quei numeri senza metterli in relazione con queste affermazioni ripetute da autorevolissime personalità.

Sono certamente necessari numerosi e profondi cambiamenti, da quelli di sistema agli stili di vita personali: ma ogni cambiamento ha bisogno di tempo, ha bisogno di un cammino educativo. L’attività di Banco Alimentare, nel recupero delle eccedenze e nel suo essere sussidiaria a 7600 strutture caritative che sostengono oltre 1.700.000 persone capillarmente su tutto il territorio nazionale, contribuisce a questo “cammino educativo”. 

Nulla cambia se non cambio io, se non cambiamo noi: la sfida di ogni giorno è che è possibile e praticabile una modalità diversa di concepire sé stessi, il rapporto con gli altri e con le cose. La sostenibilità forse potremmo allora declinarla così: che tipo di società vogliamo lasciare ai nostri figli?

 

L'EDITORIALE n. 13

Pieni di gratitudine

di Giovanni Bruno

Le testimonianze raccolte in questo numero di “Poche Parole”, nella loro semplicità, hanno costretto innanzitutto me ad un lavoro sulle ragioni dell’impegno quotidiano nella costruzione dell’Opera di carità che è il Banco Alimentare. Ho sentito forte il bisogno di recuperarne le fondamenta, ricercandole nelle parole di don Giussani, di cui a breve ricorderemo il centenario, e non posso non riproporre brevissimi stralci di sue affermazioni raccolte nel testo “L’io, il potere, le opere. Contributi da un’esperienza” e offrirle alla riflessione di ognuno. “Lo faccio per aiutare chi ha bisogno” dice un amico, volontario da tanti anni, descrivendo così nel profondo ciò che rende l’uomo veramente tale. “Ogni uomo di buona volontà, di fronte al dolore e al bisogno, immediatamente si mette in azione, si mostra capace di generosità…Ma «generosità» è un termine un po’ equivoco, perché può dipendere da un impeto di carattere. Allora è meglio dire: «gratuità»”. E ancora: “La solidarietà è una caratteristica istintiva della natura dell’uomo (poco o tanto);…... Ciò che costruisce è la risposta cosciente alla domanda: «Per che cosa aderisci a questa urgenza di solidarietà?» … L’altra parola da dire è carità. Rende la solidarietà un’opera…Quando l’impegno con il bisogno… diventa carità, cioè coscienza di appartenenza a una unità più grande… allora l’uomo diviene per l’altro uomo compagno di cammino”. Un altro amico: “Sono arrivato qui per una disgrazia ed ho trovato una famiglia. Io sono unito a voi e voi siete uniti a me.” Ecco, in questa familiarità cresce “La coscienza dell’appartenenza…. per noi è per l’appartenenza al mistero del fatto cristiano nel mondo. …All’azione del volontariato, al gesto di solidarietà, è sottesa una fondamentale domanda: «Per che cosa faccio questo? In nome di che?» …. La carità dà alla solidarietà una ragione per cui tutta la vita…. diventa l’opera di Dio.” Il collaborare (lavorare con, insieme) all’opera del Banco Alimentare rende evidente l’urgenza di essere una cosa sola: “…La carità genera un popolo e noi siamo un popolo …. sarebbe brutta una fede senza le opere, come ci dice san Giacomo… Può darsi che qualcheduno tra noi abbia le opere e non abbia la fede. Fratello, ti dico, tu mi sei maestro in quello che fai, io ti sono amico in quello che ti suggerisco… come invito affettuoso: guarda che se la tua opera è illuminata anche dalla fede, è come se diventasse più fresca. La fede ci fa affrontare il bisogno costringendoci … a metterci insieme: … ci fa fare-con, mette insieme la libertà delle persone ...”. Un Poche Parole da leggere con particolare attenzione e con apertura di cuore e su cui mettersi al lavoro, pieni di gratitudine per quanto ogni giorno accade tra noi. Buon lavoro!

L'EDITORIALE n. 12

Solo un incontro può generare un mondo nuovo

di Giovanni Bruno

Nessuno costruirebbe un ponte se non urgesse una necessità e uno scopo: la necessità di mettere in comunicazione due realtà, due mondi, e lo scopo di renderepossibileunacomunicazione,uno scambio, di persone, di beni ma anche di mentalità, consuetudini, culture, insomma un incontro!

Tante volte abbiamo definito “ponte” il Banco Alimentare: e se da un lato del ponte abbiamo incontrato alcune aziende, sull’altro incontriamo alcune strutture caritative e le persone da queste aiutate. Mentre leggevo questo numero di Poche Parole, ripensando al percorso di questi mesi fatto insieme da chi lo ha voluto e realizzato e di cui sono stato in parte testimone, nella mente mi si formava l’immagine di persone che sentono

l’urgenza e la responsabilità di continuare a camminare insieme da una estremità all’altra del ponte per incontrare altre persone, farle incontrare tra loro e da noi tutti, sempre più e sempre meglio, per tener desta in tutti la consapevolezza del senso del nostro fare, del nostro cammino. “Condividendo la necessità del panequotidiano, voi incontrate ogni giorno centinaia di persone. Non dimenticate che sono persone, non numeri, ciascuno con il suo fardello di dolore che a volte sembra impossibile da portare.”

Questo forte richiamo del Santo Padre, durante l’udienza concessaci per il 25nnale del Banco Alimentare, è stato ed è per ciascuno di noi stimolo all’operare quotidiano: ci dice non per cosa ma “per chi” lavoriamo ogni giorno, nelle

nostre realtà, avendo sempre in mente la persona, le sue necessità, i suoi bisogni, in un tentativo di condivisione vera, perché consapevoli che sono tanti i bisogni che ogni giorno anche ciascuno di noi vive, resi ancor più evidenti dal difficile periodo della pandemia che, oltre a tanta nuova povertà, ha generato e genera solitudine, disorientamento e incertezza.

Non sono le analisi e le teorie, neanche le più perfette, che creano solidarietà ed edificano pezzi di mondo più equi ed inclusivi, ma il desiderio di condivisione all’opera che diventa testimonianza di una possibilità per tutti, una presenza e un’esperienza incontrabile adesso, sperimentabile da tutti ora, subito, anche attraverso il loro racconto.

L'EDITORIALE n. 11

Un “ponte” per camminare insieme

di Giovanni Bruno

Con “partnership” normalmente ci si riferisce ad accordi in cui due aziende mettono ciascuna qualcosa di proprio in comune con l’altra per trarne un beneficiomaggiore a vantaggio di entrambe.

Noi, Banco Alimentare, siamo e vogliamo essere sempre più “ponte”: tra le aziende che mettono a disposizione le eccedenze alimentariofannovereepropriedonazioni (di cibo, di denaro, etc.) e le strutture caritative con noi convenzionate che offrono sostegno alle persone in difficoltà. Durante un incontro, una rappresentante di una azienda sottolineava l’importanza della partnership con il Banco Alimentare citando Henry Ford:“Mettersi insieme è un inizio, rimanere insieme è un progresso, lavorare insieme un successo”: è questo lavorare insieme che ci sta a cuore. Noi non ci saremmo se non ci fosse chi da una parte mette a disposizione derrate alimentari e mezzi per gestirle e chi dall’altra provvede ad una distribuzione capillare sul territorio di quanto ricevuto dal Banco Alimentare. Partnership perciò è innanzitutto relazione tra persone che hanno un desiderio di condivisione che motiva il “mettersi insieme”, ma che devono avere anche una grande apertura reciproca, una disponibilità a capire sempre più e meglio le esigenze, i bisogni dell’altro per essere efficaci nell’operare. Sia con le aziende sia con le strutture caritative vogliamo perciò conoscerci di più e meglio nelle diverse necessità per unreale “crescere insieme” nel perseguire lo scopo. Per questo per noi partnership è da sempre qualcosa di più di una semplice collaborazione: due realtà che mettono ciascuna qualcosa in comune delle proprie risorse per un beneficio maggiore a vantaggio della società tutta perché sostenerechinellasocietàèindifficoltà significacontribuirearendereunpezzodi mondo più equo e quindi migliore.

In un testo poco noto uscito a fine novembre 2020, Papa Francesco si chiedeva: ”Si può ancora credere alla possibilità di un mondo nuovo, più giusto e fraterno?... Dove a dominare sia il rispetto della persona e una logica di gratuità?... Nessuna mente onesta può negare la forza trasformante del cristianesimo nel divenire della storia... La più grande novità sul piano sociale fu la considerazione del valore di ogni singola persona... Le parole cristiane nel nostro tempo spesso smarriscono il loro significato. Amore, carità... vocaboli che oggi evocano un sentimentalismo vago o unafilantropia melanconica... ma fin dagli inizi, storicamente, la carità dei cristiani diventa attenzione ai bisogni delle persone più fragili, le vedove, i poveri, gli schiavi, i malati, gli emarginati... Diventa anche denuncia delle ingiustizie e impegno a contrastarle per quanto possibile. Perché prendersi cura di una persona significa abbracciare tutta la sua condizione e aiutarla a liberarsi da ciò che più l’opprime e nega i suoi diritti”.

A questa nostra origine vogliamo restare “attaccati” non per un “sentimentalismo vago o una filantropia melanconica” ma per un realismo, una operosità capace di dialogare con tutti per il bene di tutti.

L'EDITORIALE n. 10

Una responsabilità condivisa che vince la paura

di Massimo Romanò

È proprio vero che non c’è sfida che possa fermare il cuore, la passione per l’umano, il desiderio di guardare in faccia il bisogno e provare a rispondere. Nemmeno questa sfida drammatica, nemmeno l’immensa tragedia provocata da questa pandemia, ha fermato il cuore. Lo si capisce bene dal racconto di Giovanni Bruno, presidente della Fondazione Banco Alimentare Onlus. Ci siamo trovati tutti, e lui per primo, a dover reggere l’urto di una responsabilità faticosa e difficile. Lo era già prima di questa emergenza; la povertà stava già crescendo, aumentavano le famiglie che chiedevano aiuto alle tante strutture caritative a cui il Banco Alimentare offre il suo aiuto. Oggi tutto si sta moltiplicando e domani sarà ancora più drammatico. Ci sono sempre più bocche da sfamare, solitudini da riempire, persone da incontrare. Chi chiede cibo, chiede di più: chiede di non essere considerato un numero. Giovanni ha ben in mente tutto questo, lo sente tutti i giorni nei messaggi che arrivano, nelle decine di telefonate.

Nessuno di noi poteva nemmeno lontanamente pensare di trovarci immersi in una realtà così drammatica. Improvvisamente ci siamo trovati a dover affrontare una situazione completamente nuova. Molti sono stati presi da paura, da angoscia. Abbiamo dovuto reagire e accettare questa sfida. Come hai vissuto questo improvviso e drammatico cambiamento?

Mi sono sentito subito provocato ad una responsabilità nei confronti di tutta la realtà del Banco Alimentare a partire dai dipendenti e volontari della Fondazione. E ho subito condiviso questa responsabilità innanzitutto con il Vicepresidente e poi cercando il coinvolgimento poco alla volta di tutti gli altri presidenti dei 21 Banchi Alimentari. Certo non sono mancati via via, al precisarsi della gravità dell’evento, momenti di scoramento o timore anche proprio per la salute delle persone parte dell’avventura.

Basta guardare le pagine Facebook dei Banchi di tutta Italia per trovare immagini stupende di persone che non hanno maismesso neppure per un attimo di mettere in gioco il proprio cuore. Che esperienze raccogli in giro per il Paese. Ci sonoepisodi che ti hanno confortato in una situazione così drammatica?

Tanti episodi sia nei nostri Banchi sia delle realtà che ruotano attorno ai nostri Banchi. Grandi testimonianze di dedizione, di attaccamento al proprio compito che tante volte può sembrare così poco gratificante ma proprio la circostanza difficile ha fatto comprendere ancora di più le ragioni, lo scopo, il perché del nostro umile ma fondamentale e importantissimo lavoro di ogni giorno, costringendo tutti ad andare di più all’essenziale: eravamo e siamo chiamati, anche in questa congiuntura difficilissima, a consentire che le 7500 strutture caritative con noi accreditate potessero continuare a portare aiuto a chi era ancora più in difficoltà di prima: che responsabilità, che sfida affascinante!

Fin dall’inizio si è capito che questa emergenza avrebbe prodotto un aumento vertiginoso di nuove povertà. Persone che finoadunmesefa“tiravanoacampare”, oggi sono precipitate in un vortice di disperazione. Abbiamo letto centinaia di messaggi di famiglie che chiedono aiuto e lofannoconunadignitàeconuncoraggio che non può non commuovere.

Sì, è vero. Mai forse nella sua storia il Banco Alimentare, sia la Fondazione sia tutti i Banchi, hanno ricevuto tante chiamate direttamente da singole persone in difficoltà, persone per lo più smarrite e a disagio, dalle cui parole traspariva tutto l’imbarazzo del dover chiedere aiuto. Di colpo diventati nuovi poveri! Che ferita lasciano e hanno lasciato nel cuore queste situazioni. La collega che risponde al centralino in Fondazione mi ha raccontato anche di persone che chiedevano per altre, che segnalavano situazioni di bisogno perché gli interessati non avrebbero probabilmente mai chiesto direttamente per sé.

Qual è la situazione per Banco Alimentare? Sono tante le aziende piccole o grandi che non hanno smesso di donare i propri prodotti. Vecchi amici e nuovi compagni. Altri canali si sono spenti o hanno rallentato. Che bilancio ti senti di fare a questo punto?

Gli appelli sono stati raccolti da tantissime aziende, storiche relazioni si sono confermate e nuove ne sono nate: grazie a Dio (e non è un modo di dire) tanti hanno risposto con generosità all’appello aumentando le proprie donazioni o donando per la prima volta; insegne GDO si stanno mobilitando con raccolte di generi alimentari da far pervenire al Banco: quella realtà di “ponte” tra il mondo profit e non profit che ha da sempre caratterizzato il Banco Alimentare si è ancora una volta confermato come scelta provvidenziale. Ma le necessità sono cresciute a vista d’occhio: se fino ad un paio di settimane fa stimavamo un incremento medio di richieste del 20% con punte del 40%, ora siamo costretti a riconoscere che il circa 40% è diventato l’incremento da considerarsi medio, purtroppo. Significa l’essere passati da 1.5 mln di persone a oltre 2 mln di persone bisognose: un grandissimo sforzo per la rete di strutture caritative che facciamo il possibile per sostenere. Occorre però che le donazioni crescano e che arrivino in fretta i prodotti che noi chiamiamo “dell’Agea”.

Ci sono dati impressionanti. Se prima i poveri riconosciuti in Italia erano 5 milioni, dopo questa emergenza rischiano di diventare oltre 7 milioni. L’emergenza sanitaria si trasformerà non solo in una emergenza economica, ma anche in una vera e drammatica emergenza sociale. Banco Alimentare farà la sua parte, come altre organizzazioni. Ma tutto fa pensare purtroppo che da soli non ce la faremo. È giusto pensare che serva uno scatto deciso anche dello Stato, che le decisioni e gli stanziamenti decisi sino ad oggi non possano bastare?

I poveri temo potranno essere anche molti di più; spero ardentemente che le previsioni di tanti osservatori siano errate ed eccessive, ma comunque sarà molto facile andare vicini al raddoppio dei numeri attuali. È assolutamente necessario un forte impegno di tutti per fronteggiare quella che da molti viene definita forse la peggiore crisi economica e sociale mai vista per la diffusione all’intero pianeta. Del resto abbiamo sempre sostenuto, ed ora è sotto gli occhi di tutti, il fondamentale contributo all’inclusione che il cibo rappresenta per chi è in difficoltà.

Si sprecano molte parole in queste settimane. Molte frasi consolatorie che non cambiano la realtà delle cose. Ma nessuno dice che ci troveremo tutti di fronte ad un tessuto umano da ricostruire. I più deboli, usciranno da questa emergenza, ancora più deboli. Sarà la sfida dell’umano, prima ancora che la sfida dei numeri.

Dicevo prima che nessuno ce la potrà fare da solo, sarà una bella prova di maturità. Per la giornata mondiale dei poveri 2019 il Papa aveva detto: “...i poveri non sono numeri a cui appellarsi per vantare opere e progetti. I poveri sono persone a cui andare incontro...”. L’esame di maturità si centrerà proprio su questo: guardare alle persone, al loro bisogno e, insieme, tutti insieme, cercare di rispondervi, ognuno secondo le sue competenze, capacità e possibilità. E ci sarà bisogno non solo del terzo settore, che ha più volte dimostrato di essere capace, pronto e flessibile nel rispondere al bisogno che di volta in volta gli si para di fronte. Sarà fondamentale che il terzo settore sia messo nelle condizioni di poter operare al meglio con il sostegno soprattutto di uno Stato capace di valorizzare tutto il bene che la Società Civile e che nessun ufficio pubblico potrà mai realizzare: una trama di rapporti che salvano la società dalla disgregazione; la convivialità di un pasto condiviso è una prospettiva troppo lontana dalla realtà che ci impone ancora chissà fino a quando il distanziamento sociale. Consentimi un’ultima considerazione: sarà importante per noi continuare “ad esserci” e non far venir meno la tensione che per tutti noi non è dettata dall’emergenza, ma dalla consapevolezza che la dimensione della condivisione, della solidarietà e ancor più della carità, sono costitutive del nostro vivere quotidiano.

L'EDITORIALE n. 9

Da un gesto “incompiuto” la ricchezza per un nuovo anno

di Giovanni Bruno

“La Giornata della Colletta Alimentare è un gesto straordinariamente importante, direi un gesto incompiuto perché sollecita a vivere altri gesti di solidarietà - ha detto don Colmegna, presidente della Casa della Carità di Milano, in una recente intervista al “Sussidiario” - “Non è fare una buona azione; è la possibilità di creare una cultura solidale, far respirare la giustizia. Non diamo per scontate queste cose.”

Ecco, non diamo nulla per scontato!

Il gesto della Colletta rappresenta per noi un momento straordinario di rilancio della nostra attività ordinaria.

La “possibilità di creare una cultura solidale, di far respirare la giustizia”, di contribuire al bene della nostra società cambiando “pezzi di vita, restituendoli alla dignità e alla speranza, spezzando l’indifferenza”, non è caratteristica di un unico eccezionale gesto, ma di quanto ciascuno di noi realizza nel suo lavoro “ordinario”.

Da dipendente o da volontario, la fatica del quotidiano si sostiene solo dentro un significato più grande dello specifico e ineludibile compito affidatoci: che respiro, come spalanca l’orizzonte il recuperare ogni giorno la consapevolezza di costruire un’opera capace di incidere nella vita delle persone così alla radice. Contribuire a sostenere la fatica dei tanti impegnati nelle oltre 7 mila strutture caritative che serviamo per portare aiuto a chi ne ha più bisogno, grazie soprattutto al contributo fondamentale delle tante Aziende che con noi collaborano sostenendo le attività delBanco,intantimodidiversi,masemprepiù concampagnegestiteinsiemeerivolteal grande pubblico.

In quest’anno che si sta chiudendo si è certamente avvicendata anche una serie di eventi straordinari. Il Trentennale ha segnato sicuramente un momento di

ripensamento per ciascuno del “perché” del nostro lavoro ed è stato una grande occasione di unità della Rete dei nostri Banchi.

La prima edizione de “La fame non va in vacanza” ci ha visto per la prima volta su alcune piazze italiane per un’azione di raccolta fondi che mai avevamo sperimentato prima e a cui dovremo dedicare maggiori attenzione ed energie nei prossimi anni perché... “il cibo non si muove da solo”. Le modifiche delle procedure telematiche per l’accreditamento hanno fatto concentrare tanti sforzi nella formazione e assistenza alle Strutture Caritative perché tutto funzionasse al meglio.

Da ultimo il rinnovo di CdA e di Presidenza avvenuti proprio a metà dell’anno.

L’anno che si sta chiudendo ci ha riservato così tante opportunità e incontri che dovremo darci il tempo di approfondire per valorizzarle appieno.

La parola chiave che ci siamo dati per il nuovo anno è “consolidare”: credo non ci sia modo più efficace di realizzarla se non analizzare, approfondire, giudicare, a partire dallo scopo ultimo, ogni occasione che ci sarà data e ogni modalità di lavoro fin qui vissuta, liberi perciò da abitudini e schemi nati dalla consuetudine, disposti a cambiare modo di affrontare le cose, mettendoci tutti e ciascuno “in gioco” in ogni occasione, consapevoli che nulla cambierà magicamente, né per me, né per noi, né tantomeno per la nostra società, senza il nostro personale “esserci”!

Buon 2020 a tutti!

L'EDITORIALE n. 8

Recuperare il cuore di ciò che facciamo

di Giovanni Bruno

Quando ho cominciato questa avventura come volontario in Fondazione non avrei potuto certo immaginare di ritrovarmi addosso una responsabilità così grande, che certamente mi onora ma di fronte alla quale mi sento “piccolo, piccolo”. Il conforto, oltre che dalla presenza di Pierangelo Angelini come vice presidente e di un CDA ricco di amici con competenze ben superiori alle mie, viene dalla consapevolezza della presenza di collaboratori, Presidenti con i loro Direttivi, Direttori, dipendenti, volontari, tutti carichi di un entusiasmo e di un desiderio umano di condivisione del bisogno, che lascia sbalordito chi è capace di fermarsi un attimo e guardare l’essenza delle cose. E poi di tanti (privati, aziende partner, istituzioni, realtà associative e caritative, etc.)  “compagni di banco” – come ci siamo abituati a chiamarli in questi mesi di festeggiamenti per i trent’anni  della Fondazione - che collaborano direttamente all’attività del Banco o che sostengono comunque l’opera in mille modi diversi, “aiutando chi aiuta” e rendendo quindi possibile il nostro lavoro quotidiano.

Viviamo in un mondo in cui ormai tutti ci parlano di cosa occorre fare per l’inclusione, la sostenibilità, l’impatto, la tutela dell’ambiente, l’economia circolare. Gli organismi nazionali e internazionali promuovono azioni per sensibilizzare l’opinione pubblica su questi temi. Ebbene, mi è capitato tante volte di pensare che di fronte a questa mole di autorevoli interventi, ma soprattutto presi dalla routine e travolti dalle incombenze quotidiane, noi per primi rischiamo di smarrire il valore profondo di quello che facciamo. Per questo abbiamo bisogno di recuperare ogni volta una adeguata consapevolezza dell’incidenza non solo caritativa ma soprattutto sociale, educativa, culturale, di quanto ogni giorno facciamo. Di fronte ai giusti appelli al “ben operare” per salvaguardare il pianeta e il futuro dei nostri figli, noi ogni giorno già contribuiamo con la nostra azione al realizzarsi di questo rinnovamento del mondo da tutti auspicato.

Così come ci ha detto Papa Francesco durante l’incontro con i rappresentanti dei Banchi europei aderenti alla FEBA – Federazione Europea dei Banchi Alimentari:  “…E’ sempre facile dire degli altri, difficile invece dare agli altri, ma è questo  che conta. E voi vi mettete in gioco non a parole ma coi fatti, perché combattete lo spreco alimentare recuperando quello che andrebbe perduto…..fate come gli alberi che respirano inquinamento e distribuiscono ossigeno. E, come gli alberi, non trattenete l’ossigeno: lo distribuite!…”

Queste parole non possono non suscitare in noi un sussulto di consapevolezza, cioè di coscienza del valore profondo del nostro fare, dell’incidenza sociale della nostra azione.

“Quello che fate- ci ha detto ancora Papa Francesco- lancia un messaggio: non è cercando il vantaggio per sé che si costruisce il futuro: il progresso di tutti cresce accompagnando chi sta indietro. Di questo ha tanto bisogno l’economia”: Che richiamo potente a considerare la totalità dei fattori in gioco nel nostro fare.  Che descrizione efficace della realtà di tanti nostri Banchi, dove questa unità già si realizza e sperimenta. Che richiamo a vivere questo tra di noi nella Rete!

Innanzitutto credo noi dobbiamo recuperare questa profondità di ragioni, unica via, a parer mio, per consolidare l’opera che non ci appartiene ma alla quale, poco o tanto, noi tutti apparteniamo!

Buon lavoro a tutti!

L'EDITORIALE n. 7

Un 2019 da vivere insieme

di Andrea Giussani

Nell’anno 2018 gli alimenti distribuiti dalla Rete Banco Alimentare hanno quasi raggiunto le quantità record del 2017, circa 87.000 tonnellate. Le eccedenze recuperate e quindi salvate dallo spreco, il “cuore” dell’opera del Banco Alimentare sono aumentate. In particolare il recupero dalla Grande Distribuzione Organizzata (GDO) di cibo fresco, cotto e dall’Industria cibo “secco” e surgelato. È cresciuta la coscienza dell’importanza della lotta contro lo spreco, in tutti gli operatori della Filiera Alimentare. Nel 2018 i punti vendita della GDO del programma Siticibo sono passati da 1.050 a oltre 1.500, richiedendo alla Rete Banco Alimentare un cambio di passo, un grande sforzo organizzativo e logistico, un rafforzamento dell’alleanza con le strutture caritative sul territorio. È stata decisiva la maggiore diversificazione di prodotti e quindi il mix nutrizionale: oggi le Strutture Caritative ricevono, per gli indigenti, più prodotti freschi, più frutta e verdura, più latticini. Alimenti importanti per la dieta quotidiana, sani e che appagano il gusto.

UN NUMERO CRESCENTE DI AMICI

Il funzionamento quotidiano della complessa macchina della Rete Banco Alimentare necessita del continuo sostegno di un numero crescente e fedele di amici, tra cui i volontari che ogni giorno ci donano il loro tempo e che rappresentano un bene insostituibile e prezioso. Anche nell’anno trascorso abbiamo coltivato con dedizione la relazione con i nostri donatori privati, attratti anche dall’esperienza dei nostri volontari, storie di persone che aiutano altre persone. Così si sono aggiunti a noi nuovi protagonisti della solidarietà e della carità: di questa “elezione” ci sentiamo profondamente grati e responsabilizzati. Inoltre siamo stati scelti come causa sociale da ben dodici grandi aziende, per campagne nazionali di co-marketing.

ED ORA?

Ed ora siamo partiti per il viaggio del 2019, anno in cui festeggiamo insieme a tutti i nostri amici e partner, i 30 anni di attività. Presto saprete come!

Ma nel contempo il numero di persone in povertà assoluta non cala e vi sono gravi rischi che si riduca il sostegno, in Italia e nelle prossime decisioni UE. Per questo è sempre attiva la “caccia” alle eccedenze alimentari e alla progettazione di iniziative tese ad offrire prodotti sempre più mirati al fabbisogno di chi è più vulnerabile (bambini, anziani). Grazie soprattutto alle aziende partner che credono in noi. La fiducia di chi sostiene la nostra opera ci sprona a mettere in campo tutte le forze disponibili al servizio dell’aiuto alimentare. A desiderare relazioni strategiche di lungo periodo, a rafforzare la nostra professionalità, pur facendo memoria ogni giorno dei valori fondativi di Banco Alimentare. A ridare slancio ai rapporti con le associazioni, le aziende e i privati donatori. Tutto ciò sarebbe impossibile senza le Persone della Rete Banco Alimentare: volontari, sostenitori, direttori, presidenti, dipendenti, direttivi, ... uniti in un appassionante gioco di squadra.

CHE COSA PUÒ SORREGGERE IL NOSTRO IMPEGNO DEL 2019?

Innanzitutto l’evidenza che Banco Alimentare è un bene prezioso di cui non siamo possessori, ma che ci è affidato e di cui ciascuno di noi si deve sentire ogni giorno solerte custode. Poi la certezza che lo Scopo di Banco Alimentare, il recupero e la distribuzione del cibo a chi vive in povertà, è più che mai una necessità ed un valore. Il cibo risponde ad un bisogno urgente: la fame, ed è primo passo per ritrovare dignità e speranza. Per sentirsi meno soli, per rialzare lo sguardo oltre le fatiche presenti. Ma la risposta è duratura solo se accompagnata dalle migliaia di testimoni della solidarietà, aperti all’incontro con chi ha bisogno. Banco Alimentare non è l’unico fattore in campo ma è uno degli attori di questa rete solidale, spesso punto di aggregazione delle iniziative di ripresa della “voglia di ricominciare”. Per questo, nel 2018 e ancora di più nel 2019, Banco Alimentare si propone come catalizzatore di progetti concreti e innovativi di lotta alla povertà, nei quali molti altri operatori siano valorizzati con le loro specificità. Siamo convinti che solo una corale risposta sul campo, tra coloro che “vedono in volto” il bisognoso, possa proporre risultati sostenibili. La maggior coscienza dello spreco nella nostra società ci stimola ad individuare nuove fonti di recupero di alimenti. Ma anche a identificare nuove opportunità offerte dall’innovazione tecnologica, da informazioni più disponibili e da avanzate organizzazioni della filiera alimentare che ci stanno permettendo la realizzazione di processi operativi.

UN 2019 INTENSO E PIENO DI UMANITÀ

Partecipiamo anche alle esperienze dei Sustainable Development Goals 2030, il confronto di esperienze della nuova economia sostenibile. Ma “il nuovo” richiede che la struttura e l’organizzazione Rete del Banco Alimentare esprima tutta la propria professionalità, la capacità di muoversi su tutto il territorio nazionale, pur così diversificato, spingendo la propria azione, senza rinunciare alla solidità delle proprie caratteristiche. Basti come esempio la vigilanza sulla sicurezza e l’igiene degli alimenti ed il rispetto degli accordi presi con aziende, istituzioni e soprattutto persone.

Ci impegniamo per un 2019 intenso e pieno di umanità. La stessa ed uguale passione auspichiamo per tutti coloro con cui camminiamo.

L'EDITORIALE n. 6

Una pettorina gialla dal Papa

di Andrea Giussani

Un curioso gruppo di persone, fuori dal colonnato della piazza san Pietro, uno di loro esibisce un cappello con la penna d’alpino, l’altro rivaleggia portando un cappello con le piume del bersagliere. E poi qualche signora piuttosto anzianotta e malferma sulle gambe, alcuni giovani, ragazzi e ragazze.

Una cosa sola li accomuna, una pettorina gialla con scritto “volontario”. Quelli della Colletta Alimentare, tutti insieme, vanno dal Papa a dirgli che, sabato, loro e migliaia di altri “ amici per un giorno” proveranno a proporre, insieme, alla gente la gioia di guardare in faccia chi ha bisogno per riscoprire la propria umanità e il proprio desiderio di “fare qualche cosa” subito.

“Vi ringrazio per tutto quello che fate, vi sono grato per quello che fate per i poveri”, così ha detto loro Papa Francesco, non un discorsone, una semplice constatazione ed un grazie. Ma il desiderio di essere sempre in azione, di provare a fare del bene più che non di parlarne, ha poi mosso il gruppetto a uscire dalla piazza, illuminata da un sole splendido quanto inatteso, e di infilarsi in una magazzino, quello della Elemosineria, quello in cui si opera per “i poveri del Papa “. E qui gomito a gomito con questa straordinaria figura di “cardinale/magazziniere” scaricano due furgoni di alimenti. Il cardinale K si presenta come don Corrado, porta un giubbotto griffato Decathlon; lui schiva i convegni sulla povertà ma conosce per nome moltissimi poveri che albergano sotto il colonnato e sa pilotare con incredibile maestria i transpallet, per accatastare e poi distribuire cibo. L’alpino ed il bersagliere si sono tolti i loro cappelli per lavorare meglio; i volontari meno giovani nascondono gli acciacchi ed i dolori di schiena per non stare troppo indietro rispetto al ritmo del porporato “capo magazzino”. Poi reciprocamente tutti si scambiano un grande grazie. Grazie di esserci conosciuti, grazie di esserci aiutati. A tutti loro è sembrato di aver vissuto qualche ora eccezionale, come il cielo più azzurro di Roma, fatta di un semplice, ordinario incontro di umanità: quello di una Chiesa con un Papa che richiama continuamente lo sguardo della persona povera e di un cardinale che ci insegna quotidianamente l’incontro con loro e con la realtà.

Con questi volti negli occhi, i volontari affrontano ancora una volta la ventiduesima Giornata della Colletta Alimentare, la solita, ordinaria, ricorrentepp Colletta, desiderosi di “fare qualcosa per i poveri”, cioè di raccogliere più e più tonnellate di cibo, ma anche di saper imballare, pesare, accatastare scatoloni e intanto guardare con riconoscenza l’amico con cui stai facendo il turno e il passante a cui, con fatica e pudore, proponi coraggiosamente di guardare oltre il suo naso, indichi una possibilità di saper vedere tutta la realtà in cui vive, anche quella della povertà, diventata ordinaria nelle nostre città. Condividere il bisogno per condividere il senso della vita.

 

 

 

L'EDITORIALE n. 5

Il dati ISTAT sulla povertà 2017, in Italia spaventano, ma non scoraggiano. Tutti possiamo fare qualcosa.

di Andrea Giussani

“I dati ISTAT, sulla povertà 2017, in Italia spaventano, ma non scoraggiano. Tutti possiamo fare qualcosa." 

La povertà assoluta colpisce nel 2017 oltre 5 milioni di individui, superando di molto il dato rilevato nel 2016. Il 10,3% delle famiglie non riesce più a soddisfare i minimi bisogni di sopravvivenza, senza ricorrere continuativamente ad aiuti; l’anno prima era l’8,3% delle famiglie del nostro paese.

In tempi in cui si annuncia con ottimismo la “timida fine della crisi”, un così netto peggioramento degli indicatori di povertà è un preoccupante e drammatico richiamo alla realtà.

Per certo, le categorie e le aree più deboli non vedono inversioni di tendenza, e i primi interventi di sostegno al reddito non sono ancora riusciti ad incidere su un numero significativo di famiglie. Forse tra i poveri ci sono anche i più poveri.

La Rete di Banco Alimentare è presente in tutta Italia; per questo è attenta a cogliere i segnali, soprattutto quando sono così gravi e così diffusi in tutto il Paese.

La nostra attività di sostegno a circa 8.000 Strutture Caritative, tramite la consegna di alimenti recuperati e donati, conferma nella propria esperienza quotidiana queste statistiche. In particolare quelle che riguardano l’impennata delle percentuali di indigenti al Sud e nelle aree metropolitane del Nord.

Come ci interroga questa odierna informazione?

La prima reazione di Banco Alimentare è misurabile dagli attuali sforzi nel recupero delle eccedenze alimentari: questa attività sta producendo risultati in continua crescita. Aggiungerei però che questi numeri allarmanti devono indurre sempre di più gli operatori della filiera alimentare ad aprirsi a progetti di recupero eccedenze, fondamentali e preziose per chi non ha il necessario. Inoltre, Banco Alimentare è chiamato sempre più spesso a partecipare a progetti che mettano al centro la gravissima piaga della povertà alimentare nei minori, in condizione di vera fame (per ISTAT sono 1,2 milioni). Alla emergenza dei giovani in cerca di lavoro, condizione minima per agire nella società, si aggiunge in tutta evidenza lo scandalo dei minori, il nostro futuro, per i quali non è nemmeno disponibile una minima, sana e dignitosa alimentazione. Siamo sempre “in campagna” reclutamento, alla continua ricerca di partner privati, aziende soprattutto alimentari, da coinvolgere in queste iniziative.

Ci preme molto sottolineare un’altra richiesta: rinnoviamo in modo deciso alle Amministrazioni Pubbliche l’appello per una veloce e coraggiosa applicazione degli incentivi e facilitazioni indicati dalla legge 166/2016, in modo da favorire e promuovere una sempre crescente cultura del recupero del cibo, salvandolo dalla distruzione.

Infine, riaffermiamo che tutto il Terzo Settore è incessantemente mobilitato nel lavoro e nell’intervento, secondo le proprie specificità. Moltissimi sono i progetti e le attività a cui noi partecipiamo con numerosi altri partner e realtà associative: ognuno sta facendo la sua parte, con grande impegno comune.

Ma l’enorme massa di indigenti e questo generoso brulicare di operatori della solidarietà pongono anche agli attori della politica una pressante richiesta: che al di là delle promesse, talvolta vane, si impegnino in misure di intervento urgenti, sostenibili e decisive, ad esempio portando a termine velocemente e con coraggio processi già avviati, ma mai proseguiti. Vari organismi e tavoli del Terzo Settore hanno già avanzato richieste, proposte e progetti agli amministratori competenti. Attendiamo tutti risposte concrete e immediate, passando da temi utili a una facile cattura del consenso a interventi sostenibili, costruiti con il confronto franco con chi opera quotidianamente sul campo.

Intanto, come molti altri operatori, Banco Alimentare non si sottrae alla responsabilità cui tutti siamo chiamati. Siamo pronti ad incrementare gli sforzi, tenendo sempre presente il richiamo di Papa Francesco: i poveri non sono numeri ma Persone, volti, dignità da riconoscere, angosce da incontrare. E vogliamo andare loro incontro insieme a tutti i nostri partner di oggi, di domani e insieme alle Strutture Caritative convenzionate. Oggi più di ieri siamo consapevoli che di fronte alla sfida posta dalle condizioni inumane di tantissimi, possiamo fare qualche cosa subito, ma soprattutto insieme.

Milano, 28 giugno 2018

L'EDITORIALE n. 4

Più idee e più coraggio per 18 milioni a un passo dalla povertà

di Andrea Giussani

È stato un anno molto ricco per il Banco Alimentare, abbiamo distribuito e stiamo ancora distribuendo fino a 87.000 tonnellate di cibo. Siamo stati impegnati a scoprire nuove e più complesse modalità di lotta allo spreco,  recuperando alimenti di più difficile conservazione e trasporto, come avete letto in questa pagine e nelle precedenti edizioni. Abbiamo accresciuto la collaborazione con le aziende della filiera alimentare e con le Strutture Caritative sul territorio. I numeri dicono molto ma ancora di più la energia e la consapevolezza gioiosa dei volontari e di tutti i nostri partner. Ma diamo un’occhiata proprio ai numeri.

Le statistiche ci testimoniano impietosamente quanto la povertà, nel nostro Paese, continui ad essere una emergenza inesorabile. Aumenta ancora il numero di persone in stato di povertà assoluta ma aumenta anche la percentuale di famiglie che rischiano di sprofondare nell’indigenza. L’Istat certifica che il 30% delle persone residenti in Italia “è a rischio di povertà e di esclusione sociale”. Individui ma anche quanti vivono in famiglie gravemente in difficoltà o con gravi problemi lavorativi. L’Istat comunica che nel 2016 sono oltre 18 milioni le persone a “rischio povertà o esclusione sociale”, il 30% della popolazione italiana rispetto al 28,7% del 2015.
Una cifra che spaventa, soprattutto se la si raffronta con una situazione economica che sembra indicare una lenta ma progressiva uscita dalla crisi. Cresce il reddito disponibile ed il potere d’acquisto delle famiglie, ma cresce esponenzialmente il rischio povertà. Ciò significa che aumenta la forbice tra i più benestanti e i più poveri. Milioni di persone, di uomini, donne, di minori, rischiano di restare troppo indietro, di essere tagliate fuori. C’è quasi l’impressione che, per uscire dalla crisi economica, alcuni debbano pagare un prezzo, quello di essere dimenticati, solo perché faticano più di altri a reggere il passo. Così, facilmente, nel nostro Paese, si diffonde un clima di sfiducia e di rabbia. Il Censis recentemente l’ha chiamata “L’Italia dei rancori”. Il Paese di tutti coloro che non credono più alla possibilità di riemergere, di risalire, che si abbandonano sfiduciati alla loro condizione, che non sperano più e quindi accumulano rancore nei confronti delle istituzioni. Eurostat ha certificato che l’Italia è il Paese europeo che ha più poveri in termini assoluti, milioni di persone che faticano a mettere insieme il pranzo con la cena, a pagare l’affitto o le spese per la scuola dei figli. Oggi perdere il lavoro significa sprofondare in un tunnel buio, da cui è difficile riemergere. Non ci sono più reti di salvataggio, chi sprofonda si ritrova da solo.

Nel leggere tra le righe di questo quadro drammatico, si fa largo l’impressione che la lotta alla povertà e all’esclusione sociale non sia in cima alle preoccupazioni di chi ha il compito di guidare il Paese. Qualcosa è stato fatto, questo è sicuro. Il reddito di inclusione (REI) è un esempio. Ma può bastare? Evidentemente no. Ci vuole molto più coraggio e più idee. Occorre che la lotta alla povertà diventi la priorità di chiunque governi o si candidi a governare. Un Paese che lascia indietro milioni di persone, che non è capace di sostenerli per costruire con loro un futuro di speranza, è un Paese destinato a morire. Vorremmo che la lotta all’esclusione sociale entrasse prepotentemente nell’attuale confronto tra le forze politiche. Ci vogliono proposte, investimenti. Ci vuole molto più coraggio.

Di fronte a questo quadro, c’è però qualche cosa che rallegra e che dà speranza. In Italia c’è un popolo che non si arrende. La Colletta Alimentare del 26 novembre, che ha visto migliaia di persone davanti ai supermercati, ci sta consegnando centinaia di storie meravigliose. Di volontari che si sono messi in gioco, di persone che hanno donato quel che potevano con il sorriso, di famiglie che hanno ricevuto ed hanno ricominciato a sperare. Un popolo si è mosso silenziosamente ma ha fatto rumore; quel giorno chiunque ha potuto vedere con i propri occhi che tantissimi non si sono arresi all’idea sbagliata che la povertà sia un prezzo da pagare mentre è una responsabilità da assumersi. In nome di queste persone possiamo affermare che anche la politica deve guardare a tutto questo coinvolgimento e deve avere, come unico scopo, il bene delle gente che è chiamata a governare. Il Banco Alimentare non si ferma. Il nostro lavoro prosegue nel quotidiano rapporto con chi ha bisogno e nel tentativo di diminuire sempre di più gli sprechi. 

L'EDITORIALE n. 3

Il popolo della Colletta e "l'Italia dei rancori"

di Giuseppe Parma

Ci si può solo commuovere ripensando a quello che è accaduto sabato 25 novembre. Un’altra volta la Colletta Alimentare è stata uno spettacolo di carità. Un intero popolo si è mosso da nord a sud per un gesto di solidarietà e di condivisione, così come aveva chiesto Papa Francesco. Luoghi diversi, gente diversa, storie diverse. Dalle grandi metropoli, ai piccoli paesi terremotati, dalla ricca Lombardia, alla Sicilia. Centinaia di migliaia di volontari hanno riempito di sorrisi e di carità le strade e le piazze di questo Paese. Ovunque ci fosse un piccolo supermercato di periferia o un grande centro commerciale, quelle pettorine gialle hanno squarciato il velo dell’indifferenza. Altri milioni di italiani hanno risposto donando cibo; carrelli strabordanti di prodotti, o piccoli sacchetti con un chilo di pasta. In quella splendida giornata un fiume in piena di incontri, di storie particolari, di dolore che ha trovato ascolto, di solitudine che ha trovato compagnia.

È questo che sorprende più di tutto. Passano gli anni ma la Colletta resta il più grande gesto di carità in questa Italia tremante e paurosa. Basta viaggiare nei social per rendersi conto di quanto diversi tra loro siano i soggetti, le associazioni, gli uomini e le donne che hanno partecipato. Tutti mossi dallo stesso desiderio che la carità, così come ha auspicato Francesco, diventi uno stile di vita. Perché non può bastare, come ha detto il Papa una “buona pratica di volontariato. Siamo chiamati a tendere la mano ai poveri, a guardarli negli occhi, abbracciarli, per far sentire loro il calore dell’amore che spezza la solitudine”. Da oggi in avanti sarà questo abbraccio che continuerà il gesto della Colletta. Quel cibo raccolto sabato 25 novembre raggiungerà migliaia di poveri. Altri incontri, altre storie di amicizia, altri esempi di persone disperate che in un gesto di carità ritrovano la forza di risalire. Non si sentiranno più sole davanti alla drammatica battaglia della vita.

Nel Paese c’è una maggioranza rabbiosa. “L’Italia dei rancori” la chiama il Censis nella sua recente ricerca. In Italia cresce la produzione industriale, i consumi ricominciano a correre, eppure c’è una parte enorme della popolazione che guarda con invidia un ascensore sociale definitivamente rotto. Il Paese corre ma tanti, tantissimi restano indietro, non sperano più di risalire la scala sociale. Anzi, temono di scivolare sempre più in basso. E in questa Italia sempre più in preda alla paura di perdere quel pochissimo che si ha, cresce un’immigrazione che sprofonda ogni giorno di più nella marginalizzazione.

Di fronte a questa realtà fotografata dal Censis e così dolorosamente evidente nella realtà, ci si può arrendere considerandola quasi un effetto collaterale della crisi, oppure si può reagire, così come ha fatto il popolo della Colletta Alimentare. Il nostro grazie va a tutti loro. A chi ha chiesto e a chi ha donato. Il cammino prosegue insieme perché chi si è arreso alla paura e alle difficoltà, chi non ha nemmeno più la speranza, trovi un abbraccio che lo risollevi.

L'EDITORIALE n. 2

Non amiamo a parole ma con i fatti

di Andrea Giussani

Papa Francesco ha indetto la Giornata Mondiale dei Poveri (19 novembre) per richiamare i cristiani a mettere al centro della vita Gesù, Lui che ama i poveri e povero Lui stesso. Egli sottolinea che amare come Gesù significa aderire al Suo esempio e quindi amare i poveri. Ma la sfida è ancora più grande: “Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità... Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta» (2,5-6.14-17).”

Poi, con la nettezza a cui Papa Francesco ci ha abituati, aggiunge che “non pensiamo ai poveri come destinatari di una buona pratica di volontariato da fare una volta alla settimana […]. Queste esperienze, […] dovrebbero … dare luogo ad una condivisione che diventi stile di vita.“ Forse questa è una proposta eccessiva o impossibile? Si può cominciare da un comportamento semplice e preciso: donare qualche cosa di proprio, non ciò di cui non ho più bisogno ma qualche cosa di veramente mio, anche una cosa piccola, ma importante per la mia vita: un po’ di tempo, per esempio, una fatica dedicata gratuitamente ad un altro, una capacità personale, uno spazio della mia vita personale e familiare. “La povertà, così intesa, è il metro che permette di valutare l’uso corretto dei beni materiali e anche di vivere in modo non egoistico e possessivo i legami e gli affetti”. La proposta della Giornata Nazionale della Colletta Alimentare si colloca in questa linea: riscoprire la dimensione del “dono” rendendola accessibile a tutti, senza nessuna esclusione. Che cosa c’è di più semplice che acquistare alimenti per la mia famiglia e per me stesso, un gesto abituale e quotidiano e fare lo stesso, almeno una volta, per una famiglia che questa spesa non può fare. E’ come entrare in rapporto con questa famiglia, entrando in casa sua, quasi mangiando insieme. Questo può essere un inizio: il gesto proposto dai volontari del Banco Alimentare, donare una spesa in più, forse accompagnerà ognuno, rimanendo presente negli occhi e nel cuore per tutto l’anno, così da pensare ad altri gesti di solidarietà e di bene da compiere insieme ad altri amici. Il Papa ricorda sempre che i poveri non sono un fatto sociale, una statistica ma volti, corpi, pensieri e persone di cui dobbiamo rispettare e sostenere la dignità. Così, donando alimenti, con la Colletta Alimentare, noi non doneremo un bene, un cibo ma la possibilità che queste persone riacquistino la voglia di riprendere la strada, riscoprano una dignità e una energia. Per questo la proposta della Colletta prosegue oltre il 25 novembre, sollecitando la curiosità per il lavoro paziente e instancabile del Banco Alimentare e delle Strutture Caritative che distribuiscono cibo, preparano pasti, pacchi famiglia che entrano nelle case dalle famiglie più povere, instaurando un rapporto, un sostegno, una amicizia. Tutte realtà, persone, amici che vale la pena re-incontrare. Nel nostro operare verifichiamo ogni giorno che siamo tutti affamati di senso della vita, sia chi ha la pancia piena sia coloro che non hanno cibo a sufficienza, ma spesso siamo sopraffatti dalle contingenze, dall’abitudine e non ci accorgiamo del nostro vicino. Forse una “scossa” ci può rianimare e cominciare a suggerire risposte alle nostre domande esistenziali. Proviamo a fare i volontari della Colletta o semplicemente incontrarli il 25 novembre e scoprire che qualche cosa possiamo fare anche noi e così riaccendere una speranza per un altro e per noi stessi.

L'EDITORIALE n. 1

Noi e le nostre storie

di Andrea Giussani

Molti tra i volontari e i collaboratori e certamente coloro che hanno responsabilità operative o di rappresentanza per il Banco Alimentare sono spesso chiamati a descrivere “che cosa sia” il Banco Alimentare e quali siano le ragioni e lo scopo della esistenza di questa organizzazione. Talvolta a questa domanda, possono anche essere collegati intenzioni e interventi di sostegno e aiuto, dono di tempo e di impegno personale e anche di denaro; quindi in qualche modo “non si può sbagliare!” nel rispondere, dobbiamo essere chiari e convincenti. Così si tentano brevi definizioni sintetiche ma che alla fine non danno che giustizia parziale degli scopi e della identità che ognuno vorrebbe comunicare. Si cita la lotta alla piaga dello spreco del cibo, il sostegno diffuso e quotidiano contro la povertà alimentare, il grande impegno delle varie forme di volontariato, la capacità logistica, organizzativa e di presenza sul territorio dei nostri magazzini e ancora la professionalità nella conservazione e gestione degli alimenti. Tutti fatti in cui davvero da anni cerchiamo di dare il meglio di noi. Ma nessuna di queste definizioni mette esplicitamente al centro il “vero perchè” della vita del Banco Alimentare. Forse noi ben lo sappiamo e lo diamo già per scontato; ma ancora più chiaramente ce lo ha ricordato Papa Francesco, nella emozionante udienza del 3 ottobre 2015. Condividendo la necessità del pane quotidiano, voi incontrate ogni giorno centinaia di persone. Non dimenticate che sono persone, non numeri, ciascuno con il suo fardello di dolore che a volte sembra impossibile da portare. Tenendo sempre presente questo, saprete guardarli in faccia, guardarli negli occhi, stringere loro la mano, scorgere in essi la carne di Cristo e aiutarli anche a riconquistare la loro dignità e a rimettersi in piedi..”

Questa riflessione, spesso ripresa in mano, ci ha indotto a dedicare più attenzione proprio alle persone. Così abbiamo deciso di tentare di dire meglio “chi siamo”, di comunicare più chiaramente quale sia la nostra identità, di raccontare il nostro cammino operoso attraverso le persone, tutte le persone, quelle che aiutano e quelle che sono aiutate, quelle che incontriamo direttamente e quelle di cui altri, lavorando con noi, ci vogliono raccontare la storia. Ecco quindi l’idea di poter descrivere questa rete così viva attraverso le storie del brulicante mondo di persone, famiglie, ragazzi e anziani, operatori, studenti e pensionati, insomma, “il popolo del Banco Alimentare”.

Non abbiamo certo la pretesa di “raccontare tutto” ma vogliamo aprire una strada che ha lo scopo, lo abbiamo detto, di sapere meglio “che cosa è il Banco Alimentare”, facendolo descrivere dalla viva voce di chi ci ha incontrato, di chi ci vede all’opera, di coloro che hanno partecipato alla Colletta, di chi lavora con noi, ogni giorno. Tra questi vorremmo ascoltare e condividere soprattutto la voce di chi ha guardato, anche solo un istante, alla sua vita, provocato da una piccola occasione di un bene donato o ricevuto, forse solo un piccolo gesto, uno sguardo, una nuova amicizia; egli ha cominciato a ripensare anche a sé in modo diverso e colmo di maggiore speranza.

Ci siamo anche chiesti se questa prospettiva saprà dire esattamente chi siamo e che cosa sia la Rete Banco Alimentare. Forse la rappresentazione che si leggerà potrà non essere precisa “tecnicamente”, richiederà informazioni aggiuntive ma certamente saprà trasmettere meglio come leggere poi i fatti, i numeri, i processi operativi, i risultati che riguardano la nostra attività, il lavoro che stiamo facendo. Noi tutti, anche i più vecchi del Banco Alimentare, vorremmo essere sempre più attenti a questa nostra identità, descritta da azioni e risultati ma anche dalle persone incontrate e vorremmo sempre meglio saper comunicare questa esperienza a chi ci chiede “perché lo fate?”. La risposta più vera forse non sta nel nostro dire ma nelle voci delle persone che in questa lunga avventura abbiamo incontrato e ancora incontreremo, se Dio vorrà.