Ora ne siamo certi: fare del bene fa bene anche a chi lo fa 

La roggia scorre rumorosa, amplificando la frescura del mattino. Sul ponticello che la sovrasta, una lunga fila di persone attende silenziosa. Giovani donne, qualche anziano, uomini, mamme coi passeggini dai quali sbucano le gambette vivaci dei bimbi.

Mentre supero la fila per entrare alla San Vincenzo della Parrocchia di S. Marco, nel cuore di Udine, mi invade una sensazione di disagio: io non sono lì per ricevere una borsa di viveri, non ne ho bisogno. Ho un moto sincero di gratitudine: che grande fortuna che ho. Mi accoglie Marco. Gli avevo detto che mi sarebbe piaciuto conoscere meglio quello che fanno. Mi fa vedere il piccolo locale dove, tutti i mercoledì mattina, accolgono chi è in difficoltà. Tutto è disposto con gran cura: borse con la spesa, vestiario, prodotti per l’igiene, frutta e verdura. Prima del Covid distribuivano due volte al mese, ma poi è cambiato tutto. Le persone chiedevano, non ce la facevano ad aspettare. E allora i turni sono raddoppiati, così come le persone bisognose, che ora sono quasi 250. “Non abbiamo mollato, mai”, dice Marco voltandosi verso Anna e Enza, che dietro al plexiglas compilano accuratamente a mano due quadernoni.

Sono un fiume in piena: raccontano cosa fanno, le persone che incontrano, i drammi che si celano dietro ai volti, il dispiacere quando non riescono ad aiutare davvero. Ma anche la gioia quando qualche assistito ha trovato lavoro o quando una ragazza ha abbracciato Enza per strada, riconoscendola. “Il rapporto con il Banco? Guai se non ci foste!” Mi guardo in giro, riconosco i prodotti che provengono dal nostro magazzino: il latte della UE, il cotechino, le bibite, i cioccolatini, che Anna mi offre con un sorriso. “Certo…quello che ci date lo dobbiamo integrare, non basta mai. Però le volte che vi abbiamo chiesto qualcosa in più, soprattutto per i bambini, ci avete sempre aiutato”. Poi aggiunge: “Sai cosa? Le persone chiedono spesso le uova…sarebbe bello potergliele dare, qualche volta…”.

Paolo, un omino dagli occhi vivi, non sta mai fermo: prende e consegna le borse, celere e preciso. Dice che ha 84 anni e lo fa da 21, insieme alla moglie Enza, che puntualmente lo redarguisce: “Non dovrebbe stare in piedi tutto questo tempo!”
Chi entra si trova di fronte Adriana, una donna minuta e sorridente, bardata di guanti in lattice, mascherina e maschera in plexiglas, ma che lascia filtrare da questa “armatura” tutta la sua umanità: Come stanno i bambini? Come stai di salute? Posso regalarti un vestito da cerimonia? Ho un bellissimo paio di scarpe che ti dovrebbero stare. Non preoccuparti delle medicine, o cumbinin (traduzione dal friulano: ce la facciamo). In settimana mi arriva la bici per il tuo bimbo. Vado a prendere i cioccolatini, li ho messi al fresco per te. Parole come carezze.

“E voi? Perché siete qui, e da così tanti anni?” Chiedo curiosa, ma intuendo la risposta. “Dovresti vedere gli occhi dei bambini quando consegniamo loro i regali di Natale”, dice Anna. Allora capisco, so di avere indovinato. “Perché fare del bene fa bene a noi, prima di tutto” dice Enza scuotendo la testa. Guidando verso casa mi sorprendo a pensare a quello che ho visto. Saprò raccontarlo? Saprò avere cura di quel pezzetto di loro stessi che mi hanno affidato? 

 

Tardo pomeriggio, suona il telefono. Rispondo un po’ seccata ad un numero sconosciuto, rifugiandomi in una stanza lontana dalle grida belluine dei figli.

“Sono Nicolò… il produttore di uova, vi avevo scritto…vorremmo cominciare a donare, da domani. Si può?”

Non ci credo. Quasi mi commuovo. Certo che si può.

E, ovviamente, so a chi destinare quello che ci darà.