Il Padre Nostro dei ragazzi egiziani

Un gruppo di cristiani copti egiziani è destinatario degli aiuti del Banco alimentare. Alcuni di loro, da tre anni, aiutano per la giornata di raccolta. È accaduto anche quest'anno, nell'androne della Stazione Prenestina, "magazzino"per un giorno.

«Nour, mi spieghi questa cosa della “Quaresima di Natale”? Qui al deposito di Prenestina ci sono un sacco di ragazzi copti che ci danno una mano a scaricare e non voglio fare gaffe». «Fammi finire il turno qui al Carrefour, poi passo da voi e ti racconto!». Nour è egiziana, cristiana copta come i suoi genitori e i suoi fratelli; vive da molti anni a Fonte Laurentina, oltre il raccordo, ma sogna di tornare a casa, prima o poi. Il giorno della Colletta alimentare, è uscita da casa alle 7 con i volantini in borsa e la pettorina gialla; suo marito Amir è fuori Roma per lavoro, «altrimenti avrebbe partecipato anche lui».
La destinazione è un androne della Stazione Prenestina, locali semiabbandonati che le Ferrovie delle Stato hanno messo a disposizione del Banco alimentare come magazzino per un primo stoccaggio delle scatole raccolte, sede del lavoro (nascosto ma prezioso) di chi controlla i moduli in arrivo, inserisce i dati nelle griglie Excel, spunta la lista dei supermercati di zona per controllare che i volontari abbiano chiuso, consegnato, scaricato, impacchettato tutto correttamente, garantendo trasparenza e tracciabilità.

Alle pareti, in mezzo alle colonne di pallet, i cartelli con i nomi del cibo da selezionare sono scritti anche in arabo. La mano più grande la danno appunto ragazzi che non conoscono ancora l’italiano, egiziani copti come Nour, e quelle scritte sono per loro, così possono impilare i pacchi senza bisogno di chiedere ogni volta a Mamadou, l’autista che lavora stabilmente per il Banco. «Sono quattro anni che vengono qui a lavorare con noi», racconta Massimo Bramucci, coordinatore del magazzino: «Lo fanno con un’allegria e dei sorrisi sorprendenti. La comunità copta è da sempre beneficiaria del Banco alimentare, ma nel tempo è nata un'amicizia, così viviamo insieme il gesto della Colletta». 
Durante la lunga giornata di lavoro, in mezzo alle divise blu e gialle dei volontari della Protezione civile, alle tute mimetiche dell’esercito, ai volontari dell’Arci e ai giubbotti di pelle di due bikers del Moto club Harley-Davidson, le suonerie dei cellulari dei ragazzi egiziani offrono il meglio della musica pop nordafricana di oggi, che accompagna il sibilo dei muletti, il rollìo dei carrelli e il tonfo ovattato delle scatole impilate. Stranamente nessuno ha la maglietta di El Shaarawy, ma l’amore per il calcio è forte: tra uno scarico e l’altro, il piazzale davanti alla stazione diventa uno stadio olimpico in miniatura con i cartoni che segnano le porte (e che, all’occorrenza, si trasformano in cesti da basket).

Cerco di fare qualche domanda alla signora Hanan, il punto di riferimento di tutto il gruppo egiziano. Sorridente e gentile, mi risponde che non se la sente di raccontare le storie dei suoi ragazzi. Ha paura di dire cose che potrebbero mettere in difficoltà amici e parenti ancora in Egitto. Lo shock per la strage della moschea di Bir al Abed, il più grave attentato della storia recente del Paese, è ancora forte. «Spero di sbagliarmi, ma temo che diventeremo come la Siria», dice Nour confessando la sua angoscia: «Ma, paradossalmente, non ho mai avuto così tanta voglia di tornare e vivere con la mia gente questo Avvento, segnato da un dramma così grande». 
Prima del pranzo insieme, la preghiera del Padre Nostro ha la dolcezza e la lentezza solenne della liturgia copta. Il menu per gli egiziani cristiani è diverso dagli altri. Deve seguire regole particolari per questa “Quaresima di Natale”: sono proibiti gli ingredienti di origine animale. Nella pizza ordinata per cena non c’è la mozzarella, ad esempio. «Iniziamo l’Avvento quarantatré giorni prima del Natale», racconta Nour: «Questo numero ha un significato particolare. Il quaranta indica sempre il tempo dell’attesa del compimento della promessa del Signore. I tre giorni, invece, in cui la Chiesa copta chiede di osservare il digiuno “supplementare”, ricordano un miracolo del X secolo al Cairo, quando il Califfo, come prova della verità del cristianesimo, chiese al Patriarca copto di spostare il monte Muqattam. Se non ci fosse riuscito, avrebbero dovuto convertirsi all’islam o morire. Dopo tre giorni di digiuno e preghiera di tutta la comunità, un terremoto spostò il monte». Nour mi saluta con un sorriso e due proverbi che sua mamma le ripeteva da bambina, sulla necessità e la bellezza di essere una comunità e su quanto, invece, può renderci ridicoli l’egoismo: «L’avido è calvo e pretende un pettine» e «una sola mano non può applaudire». 

A fine giornata, Massimo è grato dell’essere “comunità” visto in questa giornata. E del fatto che tutto sia andato come non immaginava... Nei mesi primi della Colletta, era preoccupato: «Sentire le strutture caritative per sondare la disponibilità, verificare la presenza di un magazzino, il grande punto interrogativo dei trasporti, e poi un supermercato in più, e poi un supermercato in meno, sposta di qua, sposta di là… Mi dicevo: ce la faremo? Ma, come ogni anno, tutte le tessere del puzzle si sono messe a posto... C'è sempre Qualcuno che sovrintende».

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